Roberto Sardelli, il prete che insegnava la liberazione

acquedotto

«La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci»
(Scuola 725: Lettera al sindaco, Roma, 1968)

Vogliamo ricordare don Roberto Sardelli – la cui figura e il cui lavoro con gli ultimi fra gli ultimi di questa città continuerà interrogarci e richiamarci nel nostro impegno per una società giusta e solidale – con l’articolo apparso oggi su dinamopress alla cui pagina rimandiamo e dove si può trovare anche il documentario “Non tacere” sulla scuola 725 che don Roberto Sardelli creò, nel 1968, con i baraccati dell’Acquedotto Felice.

 

Se n’è andato don Roberto Sardelli, prete che lottava tra gli ultimi

Per anni aveva vissuto insieme ai baraccati dell’Acquedotto Felice, quando i migranti poveri e senza casa venivano da altre regioni italiane. Al riparo di quelle pietre antiche e nel pieno dell’onda del ’68 aveva creato la Scuola 725, per aiutare i figli dei più poveri a uscire dall’emarginazione attraverso lo studio

«Il luogo dove viviamo è un inferno. L’acqua nessuno può averla in casa. La luce illumina solo un quarto dell’Acquedotto. Dove c’è la scuola si va avanti con il gas. L’umidità ci tiene compagnia per tutto l’inverno. Il caldo soffocante l’estate. I pozzi neri si trovano a pochi metri dalle nostre cosiddette abitazioni. Tutto il quartiere viene a scaricare ogni genere di immondizie a 100 metri dalle baracche. Siamo in continuo pericolo di malattie. Quest’anno all’Acquedotto due bambini sono morti per malattie, come la broncopolmonite, che nelle baracche trovano l’ambiente più favorevole per svilupparsi.»
(Scuola 725: lettera al sindaco, Roma, 1968)

Tra il 1936 e il 1973 circa 650 famiglie immigrate dal sud Italia vissero all’interno di baracche di fortuna costruite tra un arco e l’altro dell’Acquedotto Felice nel quartiere Appio Claudio a Sud-Est di Roma.
Il 4 novembre del 1969 don Roberto Sardelli acquistò una baracca, da una prostituta, lungo gli archi dell’acquedotto. In quel ricovero fondò la “Scuola 725” dove fece studiare i bambini, figli dei baraccati, che alla scuola elementare “Salvo D’Acquisto” venivano spesso messi nelle classi differenziali.
Don Roberto aveva capito che in quella situazione di forte disagio sociale i bambini erano i più colpiti. Per loro c’era solo una scolarizzazione sommaria o del tutto assente. Per superare l’emarginazione che derivava da quel contesto organizzò un doposcuola proprio all’interno delle baracche, dando a quei ragazzi un’arma potentissima di riscatto sociale.
Nel 1973 il borghetto venne sgomberato, ma l’impegno di don Roberto non finì così. Continuò a lottare al fianco di rom, malati di Aids e insieme alle comunità cristiane di base. Ancora tra gli ultimi, in cerca di un riscatto collettivo.
Nel 2010 l’associazione “Primavera romana” decise di dare seguito all’impegno preso con don Roberto Sardelli di apporre una targa all’Acquedotto Felice in ricordo delle baracche e a testimonianza del diritto all’abitare. La targa era stata richiesta da dieci anni al Municipio X e mai ottenuta. Venne scolpita e posata nel parco il 31 ottobre 2010. La targa è stata rimossa dall’amministrazione perché posata senza autorizzazione.
Scriveva in quell’occasione don Roberto:

«La decisione di “Primavera romana” di apporre una targa sulle mura dell’Acquedotto Felice è il compimento di un doveroso ricordo che invano, da una decina d’anni, s’è chiesto alle autorità territoriali. Sotto quegli archi, che in quel punto si snodano parallelamente all’Acquedotto dell’Appio Claudio, oggi si è organizzato uno dei più suggestivi e grandiosi parchi, quello “degli Acquedotti”. Ma fino al 1973 quello è stato il luogo dove il popolo dei migranti italiani aveva trovato un riparo: partendo dalle povere campagne del meridione ci si era spinti verso la grande città. Attratti dal boom edilizio si trovò lavoro, ma le istituzioni, gli speculatori, i residenti in genere videro nella manovalanza solo le braccia, non le persone. Non si pensava nemmeno che quelle persone portavano con sé intere famiglie, si portavano dietro il carico di una cultura, delle speranze e delle attese.
Non passava nemmeno nell’anticamera del cervello che quelle famiglie erano portatrici dei più elementari dei diritti, quello ad un’abitazione decente, alla salute, alla scuola, ad essere accolti con dignità. Manodopera, solo manodopera! Sull’Acquedotto “infelice” calò un muro di freddezza, di isolamento, di espulsione dalla vita della città. Questa voleva braccia, non voleva persone. La storia, questa storia, sembra non aver insegnato nulla. E la storia, quella storia, si replica, quintuplicata, sotto i nostri occhi. Son passati 50 anni, ma oggi come ieri sento parlare di “sgomberi”. E quando vengono eseguiti, oggi come allora, ce se ne fa un vanto. La vergogna diventa titolo di merito! Forse, anche una letteratura, quella pasoliniana, servì allora per cucirci addosso lo stereotipo dei “brutti, sporchi e cattivi”, dei “ragazzi di vita”, un’immagine di comodo letterario, dove ciascuno poteva “pascolare” a suo piacimento. Ma sotto quegli archi, per chi non ci passava, ma ci viveva, c’era una umanità afflitta che la sofferenza non piegò, c’erano persone capaci di relazioni, di fiducia, di tolleranza, di accoglienza e mai smaniosa di sicurezze che produttrici di margini, esclusioni, strumentalizzazioni dell’uomo. Quaranta anni dopo dal 1973 i ragazzi di quel luogo “famigerato” si sono incontrati ed ecco come hanno guardato a quell’esperienza, altro che “ragazzi di vita”! “Abitavamo nelle baracche dell’Acquedotto Felice, un tugurio di miseria dove viveva un’umanità che le istituzioni e i cittadini avevano lasciato fuori delle mura della città. Eravamo ragazzi e ragazze: mentre alcuni frequentavano la scuola pubblica, altri erano già sul mercato del lavoro e, espropriati della loro età e della scuola, facevano l’esperienza dello sfruttamento. La città era assente. Noi, spinti dai genitori, frequentavamo la scuola, ma molti, classificati “caratteriali”, finivano nelle classi “differenziali”; tutti, a causa delle condizioni in cui vivevamo, giornalmente subivamo offese ed espliciti “inviti” a lasciare la scuola. Quì si pronunciavano parole che ferivano la nostra anima: chinavamo il capo e pensavamo che in quelle aule non sarebbe mai entrata la nostra vita. In quello scorcio del 1968, sotto gli archi dell’Acquedotto annottava presto. Clelia moriva tra gli stracci. Laura di un anno, moriva soffocata per una broncopolmonite doppia. Luigi si stringeva tra le mani le ginocchia doloranti, ma non poteva più riempirsi lo stomaco di Nisidina. Luciano voleva giocare sui binari: passò un treno e lo uccise. Angelo con un rene solo non poteva più lavorare nei cantieri, e aveva quattro figli. Era piovoso e freddo quello scorcio del 1968. la città si agitava, la contestazione partiva dalle fabbriche e dalle università. Noi confinati oltre e fuori dal mondo civile, ne eravamo appena lambiti. Le nostre giornate trascorrevano come sempre. Ma un giorno accadde un fatto strano che segnò una svolta nella nostra vita, in una baracca che misurava 3 x 3 nasceva la “Scuola 725″, la scuola del nostro riscatto”. Ecco, la targa che il 10 /10 verrà apposta sulle mura dell’Aquedotto Felice dice ciò che avvenne. Essa vuole segnalarci il dovere di fare della “memoria passionis” il luogo della speranza e non la tomba dell’oblio cui la nostra società si sta “beatamente” chiudendo cancellando ciò che avvenne in quel luogo tra il 1936 e il 1973. So che il recupero di questa memoria diventa pericoloso per gli assetti perbenisti e quietisti della città, ma noi siamo certi che solo quella memoria, attualizzata, può essere la chiave per un nuovo percorso culturale, democratico e politico tutto da costruire.»
don Roberto Sardelli

fonte: https://www.dinamopress.it/news/ne-andato-don-roberto-sardelli-preti-lottava-gli-ultimi/

Commenti

  1. Cesare Sangalli 20 febbraio 2019 at 11:48

    Non sapevo niente di don Roberto Sardelli. Quante volte i più grandi di tutti operano nell’ombra. Il messaggio qui sopra è un insegnamento potente. Da scolpire nella memoria.

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