«Ex-Dogana» ha chiuso. Anzi no.

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Qualche settimana fa, a dicembre 2018, i tenutari dell’Ex-Dogana annunciavano la fine dell’esperienza «per come l’avete conosciuta», lasciando intendere però che non avrebbero rinunciato ad allungare ancora le mani su quella fetta di territorio – centrale e di pregio sotto moltissimi aspetti – che per 3 anni e mezzo avevano sfruttato in maniera intensiva, privando del sonno chi vive a portata d’orecchio (e a getto di cassa: da Scalo San Lorenzo a via Prenestina), provocando un vertiginoso aumento del traffico e dell’inquinamento e partecipando in maniera irresponsabile e colposa alla ridefinizione delle zone e della qualità (si fa per dire) dello spaccio di sostanze verso Scalo San Lorenzo.
È di questi giorni la notizia che l’Ex-Dogana continuerà a sfornare eventi, performance, mostre i cui vernissage dureranno dall’aperitivo all’alba. Le due società che gestiscono la cosa – Spazio Temporaneo srl e l’Attimo Fuggente srl, che poi di temporaneo e fuggente hanno solo il nome – sono dunque ancora in campo più smart e alternative che mai, come sempre con le spalle ben coperte politicamente e finanziariamente – lo affermano con orgoglio (qui).
Da bravi organizzatori, da intellettuali due punto zero molto
scialla, indossano ora – e fin quando servirà – l’abito dei paladini dell’archeologia industriale, magari anche della cultura underground un tanto al metro. Hanno fatto una ricerchina su internet e citato un Mazzoni (quasi a caso) e poi la storia delle deportazioni (questa mi sa che l’hanno letta sul nostro sito o sulla targa che abbiamo affisso e che loro avevano già provato a cancellare) e lo hanno fatto senza neanche documentarsi, altrimenti non l’avrebbero usata con tanta leggerezza.
Insomma ora si ergono a difensori del valore storico dei beni di pregio minacciati dai progetti speculativi. Peccato che anche il loro è stato ed è un progetto speculativo.
Avessero detto: vogliamo e possiamo! – dunque facciamo quello che ci pare – sarebbero più onesti, un po’ più ruvidi forse, ma senz’altro onesti. Invece vogliono passare per democratici (e d’altronde ospitano i democratici, quelli del partito, ad ogni occasione buona) e infarciscono la loro narrazione tossica con alberelli e presunti vantaggi per il quartiere che, dicono, accoglie favorevolmente il loro progetto.
A San Lorenzo, invece, questo nuovo progetto, come i precedenti, non è mai stato discusso pubblicamente e, d’altronde, piani di impresa si fanno nelle stanze chiuse e con le persone giuste.
Al quartiere, alla città, basta dare l’impressione, la suggestione di averla presa in considerazione e quale strumento migliore di un «sondaggio» con una domanda posta in mala fede e risposta chiusa, pollice alto o verso, uccidere o morire, negando che possa esistere un altro pensiero, diverso, autonomo? Una sorta di plebiscito: plebe dicci, vuoi A o B? Vuoi gli speculatori olandesi che rubano l’Ex Dogana per farne un’albergo di lusso o vuoi noi, la cultura e l’arte e anche qualche avanzo per il quartiere – dove c’è sempre qualcuno pronto ad accettare il solito piatto di lenticchie?
L’ipotesi che la plebe possa avere qualche idea sua non li sfiora: panem et circenses.
Invece c’è una differenza profonda tra «cittadino» e «consumatore», tra il decidere cosa mangiare e lo scegliere su un menù.
C’è una differenza tra l’elemosina sotto forma di compensazioni e il prendersi cura delle relazioni e degli spazi, a partire da ciò che è più fragile e in difficoltà.
E c’è modo e modo di fare cultura e quello tutto business oriented della Ex-Dogana sembra finalizzato solo a massimizzare i profitti, fregandosene del mondo che gira intorno ai concerti, ai dj set, alle performace artistiche eccetera (e a prescindere dalla qualità delle proposte, che non ha di per sé molto a che fare con le modalità con cui è stato gestito il fenomeno Ex-Dogana negli ultimi anni).
Ci sarebbe piaciuto che la fine dei tre anni di presenza di questo innesto violento diventasse l’occasione per l’apertura di uno spazio di progettazione urbana consapevole e anche all’altezza di una metropoli, di una capitale europea. Una progettazione che guardi alla città nel suo complesso e non a spicchi, quadranti, lotti, che intenda leggerne e integrarne le trasformazioni e che parta dal presupposto che i vuoti nella città sono spazi della città, luoghi da riempire di senso e non da consumare e sfruttare finché dura. Insomma, sarebbe stato bello – e necessario – fare urbanistica, quella vera, quella che può far convivere bisogni e necessità diversi (tra cui includiamo senz’altro l’abitare e il fare cultura).
Quando moriva il re di Francia la corte rispondeva all’annuncio – «Il re è morto» – gridando «Lunga vita al re!», sì perché la monarchia non moriva mica, il potere si perpetuava di sovrano in sovrano. E sovrano è chi decide la legge, la fa la sospende, concede permessi, privilegi e regalie. Nella parodia di democrazia in cui viviamo, i gran ciambellani dell’ordine democratico sembrano aver rinunciato a garantire la sovranità popolare e si guardano bene dal mettere in dubbio un sistema di governo in cui aderenze e capacità di persuasione pesano più dei principi democratici ormai ridotti a misura di social network. E gridano in coro «Lunga vita all’Ex-Dogana!».
Costruire una città guardando alla città è un lavoro complesso, che non si misura in like su facebook, in consensi quantificabili nell’immediatezza effimera dei sondaggi. Non è un argomento buono per la campagna elettorale permanente in cui viviamo.
Di fronte all’arroganza di questa operazione – emblematica di molte altre in corso a Roma – non smetteremo di denunciarne la violenza e l’ipocrisia e a richiamare alle proprie responsabilità chi permette: Municipio, Comune, Regione, Cassa Depositi e Prestiti.
L’Ex-Dogana è un bene comune e il suo futuro non si decide al chiuso delle stanze del potere scambiandosi pacche sulle spalle e favori.
Tra l’opzione A e l’opzione B scegliamo C: individuazione dal basso, collettiva e trasparente dei bisogni, dei sogni e degli strumenti per soddisfarli.


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