L’Ex Dogana san Lorenzo e le periferie “recuperate”

sdogana

Qualche sera fa l’Ex Dogana San Lorenzo ha ospitato un incontro con Ascanio Celestini e Zerocalcare (e Marino Sinibaldi) sulle periferie di Roma.
Tra i resoconti dell’incontro (a cui hanno partecipato moltissime persone) quello del Fatto Quotidiano (Ivo Mej, 19 luglio 2017) si sofferma un istante anche sulla location, l’Ex Dogana appunto, definendola “una periferia ‘recuperata’”. Recuperata tra virgolette, a dire il vero, ma anche le virgolette non mitigano l’ambiguità dell’espressione.
Quello in atto all’ex Dogana San Lorenzo – tutte le sere, ahinoi anche in quella di cui sono stati protagonisti Ascanio Celestini e Zerocalcare, la cui iniziativa è stata spostata, loro malgrado, dalla Casa Internazionale delle Donne – ha pochissimo a che fare con il “recupero”. Forse sarebbe stato più opportuno parlare di “valorizzazione”, nel senso di “messa a valore” del patrimonio immobiliare Ex Dogana, oggetto di speculazioni di cui ancora non sono chiari gli sbocchi ma a cui l’operazione “divertimentificio” (con qualche evento culturale anche di spessore, perché servono anche quelli tra le serate con dj set fino all’alba) sta spianando la strada, valorizzando (mettendo a valore commerciale) un’area precedentemente abbandonata. Il modello sembra sempre lo stesso: si crea un vuoto, lo si abbandona, si piange il degrado (che è l’altra faccia dell'”idea perversa” di “decoro urbano”, come ricordano Celestini e Zerocalcare) per poi imporre come unica forma di “recupero” quella che consente il massimo profitto a chi è entrato in possesso (a qualche titolo) del bene ex pubblico da “recuperare”.
E fa sorridere l’inconsapevolezza dell’articolista (e bisogna riconoscere la genialità mefistofelica degli artefici del “recupero” della Dogana – li immaginiamo gongolanti) quando denuncia operazioni del tutto affini a quella in corso all’Ex Dogana senza rendersi conto che l’evento di cui stava scrivendo la cronaca altro non era stato se non uno degli appuntamenti (concerti, mostre, djset, “apericene”…) che affollano il cartellone di un baraccone che macina denaro e consuma il territorio: “Oggi – si legge sul Fatto – le trasformazioni dei quartieri, come sta avvendendo a Tor Sapienza o prima ancora a San Lorenzo, al Guido Reni District, non sono decise da chi vive in quelle aree, ma esclusivamente dal mercato. Progetti come quello della Cerimant dovrebbero passare prima di tutto dai comitati di quartiere per non ritrovarsi l’ennesimo centro commerciale o decine di ristoranti e negozi ai quali gli abitanti della zona non possono neanche avvicinarsi”. Sembra che parli proprio dell’Ex Dogana!
Siccome siamo convinti che di inconsapevolezza si tratti, riproponiamo, per chi volesse farsi un’idea, la lettura dei contributi di Sarah Gainsforth, Rossella Marchini, Antonello Sotgia comparsi sul sito e su La Libera (giugno 2017, pagine 2 e 3), nonché la nostra pagina dedicata all’Ex Dogana San Lorenzo.

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