25 aprile: ribellione, sabotaggio, libertà. La storia del ferroviere Michele Bolgia.

targa

Con la targa che abbiamo affisso oggi sulla facciata dell’ex dogana dello scalo merci di San Lorenzo vogliamo ricordare, in uno dei probabili luoghi da cui i trasporti degli ebrei rastrellati a Roma mossero verso i campi di sterminio, «tutte le donne e gli uomini che, rimasti anonimi, hanno combattuto contro il nazifascismo e la barbarie a rischio della propria vita, con atti quotidiani di ribellione, di sabotaggio e di libertà. Ieri come oggi».
Almeno una storia, però, la vogliamo raccontare, quella Michele Bolgia, un ferroviere che abitava a San Lorenzo e che morì assassinato alle Fosse Ardeatine.
Storie come questa, di persone che non piegarono la propria coscienza a scelte facili e che non rinunciarono alla propria umanità immezzo alla barbarie e alla paura, ci ricordano che opporsi all’ingiustizia è giusto e necessario, sempre.

«Il 14 marzo dell ’44, 70 anni fa, pochi giorni dopo l’azione gappista di Via Tomacelli, nel corso di una retata fu catturato dalla polizia nazi-fascista Michele Bolgia, appena salito sul tram n. 8, avendo terminato il turno di notte alla stazione Termini, dove talvolta, lui, ferroviere, figlio di ferroviere, se necessario, veniva impiegato.
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Michele Bolgia non era giovanissimo. Essendo nato a Roma nel 1894 aveva combattuto nella prima guerra mondiale. Figlio di un ferroviere toscano e padre di due ragazzi, Giuseppe di 12 anni e Sara di 15, aveva drammaticamente perduto la moglie Maria Cristina mitragliata durante il bombardamento aereo di S. Lorenzo. Nei mesi successivi, lui – antifascista da sempre e simpatizzante socialista – riparato con i figli in un piccolo appartamento di via Borelli, vide sempre più spesso la stazione Tiburtina, dove lavorava, invasa da divise naziste aiutate dai fascisti romani. Alla Tiburtina venivano portati gli ebrei rastrellati – come accadde dopo la razzia al ghetto del 16 ottobre di quello stesso anno, gli uomini razziati per il lavoro coatto, i renitenti alla leva, che venivano chiusi nei vagoni piombati e avviati verso i campi di concentramento. Ebbene Michele Bolgia, grazie anche alle funzioni di guarda-merci a cui fu adibito e nonostante la vigilanza di soldati della Wermacht che presidiavano gli impianti ferroviari, quei vagoni inizò ad aprirli, sapendo di rischiare la vita, lasciando socchiuse quelle porte come ha ricordato Mario Limentani – uno dei pochissimi a tornare dall’inferno di Mauthausen – che vide quell’ atto semplice ed eroico dall’interno del suo carro. Lui ebbe paura di scendere, ma molti, non sapremo mai quanti, probabilmente centinaia approfittarono di quello spiraglio che improvvisamente per sfuggire all’orrore che li aspettava Michele Bolgia si avvalse della collaborazione del locale corpo di guardia delle Fiamme Gialle, guidato dal Tenente Aladyn Kora (ventiseienne albanese in servizio sin dal ’39 presso la Legione Allievi di Roma) e – incredibile a dirsi – di tre eroici ferrovieri austriaci antinazisti (Franz Pomosete, Karl Brimer e Rudolf Aureamirz), appartenenti al numeroso corpo di ferrovieri militarizzati che il comando tedesco aveva trasferito presso gli impianti e le stazioni del nodo di Roma.
Michele non venne mai sorpreso sul fatto, ma i nazifascisti sospettavano di lui e la sera del 14 marzo, a differenza degli altri catturati, lo portarono a via Tasso nella speranza di estorcergli informazioni. Ci rimase due giorni, poi fu spostato nel terzo braccio di Regina Coeli. E da qui – pochi giorni dopo, inserito nella lista infame dei 335 innocenti portati alle Fosse Ardeatine e trucidati dai nazifascisti. Non fu facile neanche identificarlo, Michele Bolgia: ci riuscà il figlio, grazie al monumentale orologio da taschino Roskoff, da cui non si separava mai.
[…]
Il contributo dei ferrovieri romani alla Resistenza fu enorme e non si limitò alla partecipazione di decine e decine di loro alla lotta armata, specialmente nelle squadre di ferrovieri promosse dal PSIUP a Tiburtina, Ostiense, Tuscolano, Trastevere. Essa si concretizzò anche in una serie incessante di atti di sabotaggio più o meno rilevanti che, sommandosi ai bombardamenti alleati di linee e strutture ferroviarie, determinavano interruzioni anche prolungate della circolazione dei treni o la necessità di ricorrere alla circolazione su un unico binario: si andava dalla manomissione degli scambi o dei fili dell’alta tensione, al taglio dei tubi di gomma della condotta dei freni, dalla ritardata esecuzione delle attività di manutenzione delle locomotive e delle vetture da parte degli operai delle officine di S. Lorenzo, alla sottrazione ai tedeschi di materiale e pezzi di ricambio destinati in Germania. Una Resistenza non armata, non a seguito di una scelta ideologica, ma in quanto le circostanze in cui si dispiegò non richiedevano il ricorso alle armi. Per questo alcuni di loro pagarono con la vita. Basti ricordare i sei ferrovieri che, insieme a Michele Bolgia, furono uccisi alle Fosse Ardeatine.»

fonte: http://fondazionepintor.net/memoria/ardeatine/quattro/

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